Una fiaba svedese

“Il ragazzo che fece a gara col gigante a chi mangiava di più”

Ben ritrovati cari lettori ribelli. In questo nuovo articolo vi proporrò una fiaba svedese che ho tratto dal libro “Fiabe Svedesi”, pubblicato dalla casa editrice Iperborea. Il mondo delle fiabe mi ha sempre affascinato, con le sue creature fantastiche e le sue foreste incantate piene di draghi, troll, orchi, elfi; il legame di questa tradizione fiabesca con la natura è importante e singolare: ci fa capire come essa ci viene in aiuto nei momenti di maggior pericolo e come può offrirci riparo e asilo nei momenti di sconforto (anche la mitologia greca è fortemente connessa alla natura). La Scandinavia è una terra affascinate, con le sue foreste di abeti e i fiordi e i laghi. Non stupisce quindi che la sua tradizione e il suo folklore se ne sia servita per condire con grande fantasia le sue storie; quella che riporterò ha come protagonista un ragazzo, un giovane pastorello che si ritroverà ad affrontare uno stupido gigante di caverna e che ci dimostra come la vera forza non risieda nei muscoli quanto nel cervello di ciascuno di noi; in effetti, la fiaba ricorda molto l’avventura capitata ad Ulisse quando si ritrova nella caverna del ciclope Polifemo e come avrete modo di vedere, il gigante si rivela un vero e proprio zuccone, quasi ci provi gusto a fare lo stupido, per la serie “ma c’è o ci fa”?…Buona lettura!

C’era una volta un ragazzo che andava a pascolare le capre, e mentre girovagava nel bosco giunse alla capanna di un gigante. Quando il gigante sentì rumori e grida nelle vicinanze uscì a vedere cosa stava succedendo, e poiché era grosso e brutto il giovane si spaventò e se la diede a gambe più veloce che poté. La sera, quando portò a casa le bestie dal pascolo, sua madre stava facendo il formaggio. Il ragazzo ne prese un pezzo, lo rotolò nella brace e poi se lo nascose nella bisaccia. Il mattino dopo tornò nel bosco, com’era sua abitudine, e raggiunse di nuovo la capanna del gigante. Quando il gigante sentì il pastore e le sue bestie aggirarsi intorno a casa andò su tutte le furie, uscì, afferrò una grossa pietra e la sbriciolò tra le mani, tanto che le schegge volarono in ogni direzione. <<Se ti rivedo ancora qui intorno a far baccano>>, disse poi, <<ti stritolerò come stritolo questa pietra>>. Ma il ragazzo non si lasciò spaventare e finse di prendere anche lui una pietra: afferrò invece il formaggio che aveva rotolato nella cenere e lo strinse nella mano finché il siero stillò tra le sue dita e gocciolò a terra. <<Se non te ne vai subito e mi lasci in pace>>, disse, <<ti schiaccerò come schiaccio questa pietra>>. Quando il gigante capì che il pastorello era così forte da riuscire a spremere l’acqua dalle pietre, ebbe paura e se ne tornò in casa. E così per quella volta il ragazzo e il gigante si lasciarono.

La terza volta si incontrarono ancora in mezzo al bosco. Il ragazzo chiese se dovevano provare di nuovo la loro forza e il gigante rispose di sì. <<Babbino>>, propose allora il pastorello,<<credo che una buona prova per misurare la nostra forza sia lanciare la tua scure tanto in alto che non torni più giù>>. Il gigante si disse d’accordo e tirò per primo. Lanciò molto forte e la scure salì molto in alto, ma per quanto ci provasse tornava sempre giù. <<Babbino, non credevo che la tua forza fosse così limitata>>, disse il ragazzo. <<Aspetta e vedrai un tiro migliore>>. E detto questo fece oscillare il braccio come per caricare un grande lancio, ma nel frattempo lasciò scivolare di nascosto la scure nella bisaccia portava sulla schiena. Il gigante non si accorse di niente e spettò a lungo che la scure ricadesse sul prato, senza però vederne più traccia. Allora pensò che il ragazzo fosse davvero molto forte, per quanto piccolo e minuto di corporatura. Dopodiché si separarono e ognuno andò per la sua strada. Passato qualche tempo si incontrarono di nuovo. Il gigante chiese al ragazzo, che era così forte, se non volesse entrare al suo servizio. Il giovinetto accettò, lasciò le sue capre nel bosco e se ne andò con lui. Così arrivarono alla capanna del gigante. Si racconta che il gigante e il pastorello dovevano un giorno andare nel bosco ad abbattere una quercia. Giunti sul posto il gigante chiese al ragazzo se preferiva tenere o tagliare. <<Voglio tenere>>, rispose il ragazzo, e si scusò di non arrivare alla cima. Allora il gigante piegò l’albero fino a terra, ma quando il ragazzo fece per tenere ferma la chioma, quella riprese la sua posizione scagliandolo tanto in alto che il gigante riuscì a malapena a seguirlo con lo sguardo. Il gigante rimase lì a lungo a chiedersi dove fosse andato a finire il suo garzone, poi riprese la scure e si mise a tagliare. Dopo un po’ il ragazzo tornò zoppicando, se l’era cavata per un pelo. Il gigante gli chiese perché non aveva tenuto l’albero, ma il giovinetto fece finta di niente e gli domandò se aveva il coraggio di fare un salto come quello che aveva fatto lui. Il gigante rispose di no, al che l’altro ribatté: <<Babbino, se non hai il coraggio, puoi tenere e tagliare da solo>>. E così il gigante dovette mettersi l’anima in pace e abbattere da solo la grande quercia.

Quando arrivò il momento di portare a casa l’albero, il gigante disse al suo garzone: <<Se tu porti la cima, io porterò la base>. <<No, babbino>>, ribatté il giovane, <<porta tu la cima: sono ben capace di portare la base!>> Il gigante accettò e si mise in spalla un capo della quercia. Ma il ragazzo, che era dietro, gli gridò di tirare l’albero più avanti. Il gigante lo accontentò e alla fine ebbe tutto il tronco in equilibrio sulle spalle, mentre il ragazzo saltò sull’albero e si nascose tra i rami in modo che l’altro non lo vedesse. Quindi il gigante si mise in cammino pensando che il ragazzo portasse l’altro capo. Dopo un buon tratto di strada pensò che era una bella faticata e cominciò ad ansimare parecchio. <<Non sei stanco anche tu?>> chiese al ragazzo. <<No, io no>>, rispose quello. <<Babbino, non sarai stanco per così poco?>> Il gigante non voleva ammetterlo e continuò a camminare. Una volta arrivati era mezzo morto e gettò l’albero a terra, ma nel frattempo il ragazzo era saltato giù e finse di lasciare anche lui il capo opposto. <<Non sei stanco anche tu?>> gli chiese il gigante. <<Ah no>>, rispose il ragazzo, <<solo che il babbino non creda che io mi stanchi per così poco. Questo tronco non mi sembrava tanto pesante da non riuscire a portarlo da solo>>. Il mattino dopo il gigante disse: <<Quando farà giorno dobbiamo andare a trebbiare>>. <<No>>, rispose il ragazzo, <<a me sembra meglio trebbiare all’alba, prima di fare colazione>>. Il gigante era d’accordo e così uscì a prendere due grosse trebbie e poi ne afferrò una. Quando fu il momento di mettersi all’opera il ragazzo non riusciva nemmeno a sollevare il suo attrezzo, tanto era grosso e pesante, e così afferrò un bastone cominciò a battere in terra alla stessa velocità con cui il gigante trebbiava. Il gigante non si accorse di niente e continuò a lavorare finché non fece giorno. <<Adesso andiamo a casa a mangiare>>, disse il ragazzo. <<Sì>>, rispose il gigante, <mi sembra che sia passato molto dall’ultima volta>>. Un po’ di tempo dopo il gigante ordinò al garzone di arare e gli spiegò come fare: <<Quando arriva il cane devi sciogliere i buoi e portarli dove va lui>>. Il ragazzo promise di ubbidire, ma quando i buoi furono sciolti il cane del gigante strisciò sotto le fondamenta di una stalla senza porta. Il gigante voleva in realtà scoprire se il suo garzone re forte abbastanza da sollevare la stalla da solo e mettere i buoi nelle loro poste.

Il ragazzo rifletté a lungo sul da farsi e alla fine trovò la soluzione: macellò i buoi e infilò i corpi a pezzi dentro il buco da cui era passato il cane. Quando il gigante tornò a casa gli chiese se aveva messo i buoi nella stalla . <<Sì>, rispose il ragazzo. <<Li ho messi dentro, anche se li ho fatti a pezzi>>. Il gigante cominciò ad avere dei sospetti e rifletté insieme alla moglie su un modo per togliere di mezzo il pastorello. La donna disse: <<Io ti consiglio di prendere la tua clava e ammazzarlo nel sonno stanotte>>. Al gigante parve una buona idea e decise di seguirlo, ma il ragazzo stava a origliare e sentì tutto quanto. Quando venne sera mise nel suo letto una zangola e si nascose dietro la porta. Verso mezzanotte il gigante si alzò, afferrò la sua clava e la abbatté sul letto, e così tutto il burro gli schizzò in faccia. Allora andò dalla moglie e ridendo disse: <<Ah-Ah-Ah, l’ho colpito così forte che il cervello è schizzato sul muro>>. La donna se ne rallegrò, lodò il coraggio del marito e pensò che ora potevano dormire tranquilli, senza più temere quel giovane furbetto. Ma non appena fece giorno il ragazzo scivolò fuori dal suo nascondiglio, si presentò davanti ai giganti e li salutò. Il gigante rimase sbigottito ed esclamò: <<Cosa? Non sei ancora morto? Pensavo di averti ammazzato con la mia clava!>> <<Infatti stanotte ho avuto l’impressione di essere stato punto da una pulce>>, ribatté il giovane. Quella sera la gigantessa aveva preparato pe cena la farinata. <Che bello>>, disse il ragazzo <<adesso io e babbino faremo a gara a chi mangia di più>>. Il gigante era pronto e cominciarono ad abbuffarsi quanto più potevano. Ma il ragazzo si era legato la bisaccia sulla pancia e metteva un cucchiaio di farinata in bocca e due nella bisaccia. Dopo aver svuotato sette scodelle di farinata il gigante era sazio, aveva il fiatone e non ce la faceva più, mentre l’altro continuava a mangiare con la stessa foga dell’inizio. Il gigante gli chiese come era possibile che lui, cos’ piccolo, riuscisse a trangugiare tanto. <<Babbino>>, rispose il ragazzo, <<a te lo voglio proprio dire. Quando ho mangiato tutto ciò che voglio mi apro in due lo stomaco, così posso ricominciare da capo>>. E a quelle parole prese un coltello e tagliò la bisaccia, da cui uscì tutta la farinata. Il gigante pensò che fosse una bella idea e volle fare lo stesso, ma quando si piantò il coltello nello stomaco cominciò a uscire il sangue e quella fu la sua fine. Dopo la morte del gigante, il pastorello raccolse tutte le ricchezze che trovò nella capanna e se ne andò nella notte per la sua strada. E così finisce la fiaba del ragazzo furbo e dello stupido gigante.

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